Lo confesserò? I miei sci hanno una tendenza spiccata a lasciare le tracce note; essi paiono calamitati: l’ignoto li attira ed essi si volgono volentieri verso nuovi luoghi.
Non ero mai stato in Val Formazza, pur avendo letto della sua bellezza e del fascino primordiale. Volevo andare in primavera, quando la neve ti permette di andare lontano e veloce. Al Passo del Corno avevo abbandonato la lunga e profonda Val Bedretto per entrare nel mondo ghiacciato del Griesgletscher e del Griessee e, senza avere il tempo di assuefarmi ad alcuna monotonia, ecco che ero giunto in vetta al Blinnenhorn, la cima più alta della zona.
«La vista immensa, d’una purezza ammirabile, ci dette un momento d’entusiasmo, seguito da una lunga estasi…».
Blinnenhorn e la Val Formazza: Un Paesaggio Incantevole
Il Blinnenhorn, con i suoi 3374 metri, rappresenta la vetta più alta della zona e offre panorami mozzafiato.
In vetta al Pizzo del Costone, un altro punto panoramico significativo, si ammirano i due denti di dolomia saccaroide che si incontrano a occidente del Pizzo del Costone.
Anch'io dalla vetta del Blinnenhorn, salita quindi anni fa dalla Val Bedretto e dalla Capanna Corno, avevo ammirato le immani distese di neve e le catene di montagne fino alla Punta d’Àrbola, fino al Monte Giovo o al Basòdino. Oltre lo spartiacque alpino, al di là del San Gottardo, nubi prepotenti non riuscivano a valicare un confine preciso: sopra di noi brillava la luce, e a sud s’indovinava la nebbia della pianura padana.

La discesa dalla Punta del Costone offre scorci suggestivi, così come uno sguardo sulla superficie ghiacciata e innevata del Lago del Sabbione, dal quale si prosegue in salita verso il rifugio Maria Luisa.
La Val Formazza, regione per me un poco misteriosa e che eccitava la mia curiosità, era conosciuta dagli alpinisti svizzeri, ma a quel tempo (1911) ignorata dagli sciatori, pur essendo una delle regioni in cui si è diffuso lo sci. Le ordinanze della Società Edison erano già allora repressive riguardo agli spostamenti.
L'Evoluzione dello Scialpinismo nella Regione
Da allora molto è cambiato. I rifugi, nella stagione scialpinistica, sono aperti tutti i giorni e accolgono appassionati da tutta Europa. Il 9 aprile 1996, salendo al rifugio Mores con Marco Milani e Maura Salvatori, si cercava di essere sempre almeno in tre, in modo che i fotografati fossero almeno due. I custodi, Egidio Valci e sua moglie, ci coccolavano, mentre fuori il vento correva all’impazzata sul ghiaccio del Lago dei Sabbioni e fischiava in qualche fessura cigolante.
Al mattino, il cielo era splendido fino all’arrivo in vetta alla Punta del Costone, più fosco e pieno di riverbero quando si saliva la Punta d’Àrbola. La fine della gita e il riposo avvenivano alle case rustiche di Riale.
L’11 aprile, un’altra gita meravigliosa: Quota 3165 m del Blinnenhorn - Passo Gries - rifugio Mores - Lago di Morasco. In serata si saliva ancora al rifugio Maria Luisa, dove l’ospitalità si ripeteva: il custode ci prendeva in simpatia e ci trattava da veri signori, assieme ai custodi della diga lì convenuti per una prolungata degustazione di genepì. E questa grande umanità conviveva egregiamente con l’atmosfera del luogo, pervaso di solitudine e di una sua poetica modestia.
Oltre il lago ghiacciato si apriva il largo Passo San Giacomo: poco sotto, una solitaria chiesuola testimoniava l’incanto e la grandiosità di questi luoghi. Racconta Marcel Kurz: «Cotesta piccola Cappella di San Giacomo, sperduta tra le nevi col suo piccolo vestibolo di ombra azzurra, circondato da bianche cornici apparve ai nostri occhi come un gingillo, simbolo di modestia e di rinunzia la cui poesia mi penetrò l’anima».

Marcel Kurz: Pioniere dello Scialpinismo
Quando Marcel Kurz, al termine di otto giorni di traversata e all’ora dell’Ave Maria, scivolava lentamente verso Bedretto sapeva della sua prossima partenza definitiva dall’Europa: «era, può darsi, l’ultima volta che io vedeva questa bella vallata, e volevo portare in me un po’ della sua poesia, e di che riscaldare il mio cuore nella vecchiaia. E mentre sognavo, continuavo a scendere».
Marcel Kurz nacque a Neuchâtel nel 1887. Giovanissimo accompagnò il padre Louis sulle montagne e nel 1907 iniziò sul Grand Combin e sull’Aiguille du Chardonnet una serie di campagne invernali che lo consacrarono il vero esperto del nuovo modo di percorrere le Alpi: lo scialpinismo. Altri erano stati i precursori. L’inglese sir Arnold Lunn, per esempio, pur rivolto alla codifica delle varie discipline e ai regolamenti delle competizioni di sci, era un attento conoscitore della montagna invernale. Il geologo tedesco Wilhelm Paulcke già nel 1897 aveva realizzato la prima traversata sciistica dell’Oberland Bernese.
Marcel Kurz fu però un protagonista e poté definire come «seconda conquista delle Alpi» la poderosa quantità di prime ascensioni con gli sci effettuate nei primi vent’anni del XX secolo sulle Alpi. Fu l’ideatore della più classica delle traversate, l’Haute Route Chamonix-Zermatt, e ne realizzò per primo la parte più significativa. Poi continuò fino al Passo del Sempione. E nel 1913 traversò le Alpi Lepontine Occidentali dal Sempione al Passo di San Gottardo. Dopo il 1920 il lavoro lo portò lontano dalle Alpi: Kurz, assieme a Günther Oscar Dyhrenfurth, fu uno dei più grandi esploratori della montagna extraeuropea.
Alpinismo e Arrampicata in Diverse Catene Montuose
L'esperienza scialpinistica si intreccia con altre forme di alpinismo e arrampicata, come testimoniano le imprese in altre regioni.
Vincenzo Bruzzone in vetta alla Punta Figari, con sullo sfondo il Monte Contrario e il Monte Cavallo, rappresenta una delle tante ascensioni degne di nota.
Nelle Alpi Apuane, il Monte Pisanino e l’Orto di Donna visti dalla vetta del Monte Grondilice offrono scenari spettacolari.
Il 20 aprile 1996, dopo tanti anni, ci si ritrovò con Vincenzo Bruzzone, istruttore di alpinismo nel 1964. Facendo base a Levanto, si partì alla mattina presto per visitare uno dei luoghi meno frequentati delle Alpi Apuane, equipaggiati con macchine fotografiche, compresa la mitica ma assai pesante Noblex, utilizzata per foto panoramiche.
Arrampicate Recenti e Riflessioni
La parete Sud-Ovest del Burel, severa ed austera, precipita per più di mille metri giù nella Val de Piero. Il Viaz di Franco Miotto “dei Camorz e dei Camorzieri” la taglia a metà, rappresentando un’ottima via di fuga e permettendo l’accesso alle vie della parete Sud. La Goedeke-Herbst, la Bee e la Via degli Scoiattoli sono alcune delle vie che salgono questa parete.
Il 25 Giugno 2020, lo Spigolo Weissner in solitaria sul Sass d’Ortiga, un’esperienza dove la bellezza della roccia e la danza dei movimenti portano ad un senso di profonda connessione con la montagna.
Il 22 Giugno 2020, l’ascesa all'Attimo Fuggente - IV Pala di San Lucano, un luogo dove il richiamo della montagna è forte, nonostante le sfide.
Il 18 Giugno 2020, la via Solarium sul Sass Ciampac, una bella via di 500m sulla solare parete, un luogo tutto da scoprire.
Il 17 Giugno 2020, la magnifica giornata di alpinismo classico sulle Torri del Sella, concatenando lo Spigolo Steger alla I Torre, il diedro Gluck alla II e la Jahn alla III.
L’8 Giugno 2020, la Via del Babo + Capitani Coraggiosi sul Monte Cimo, un’esperienza dove la roccia abrasiva e le sfide tecniche si alternano a momenti di grande soddisfazione.

La Natura Misteriosa della Neve
Certo che è una cosa strana, la neve. Perché per metà sicuramente è scienza, qualcosa che trovi in certi libri che lo spiegano, ma che io non sono mai riuscito a leggere, o capire. Però per l’altra metà è un qualcosa che sfugge. I più romantici ti dicono che è il mistero della Natura, altri che in verità basta studiare di più, ma io sostengo che sia fondamentalmente culo. Certo, ci sarà qualcuno che ti verrà a spiegare che quello che tu chiami culo in realtà è sapiente dosaggio di osservazione, esperienza e memoria. Però nulla mi toglie dalla testa che una percentuale - che può anche essere minima - è culo. Oppure un senso di cui non abbiamo consapevolezza, ma che alla prova dei fatti funziona. Perché è’ un sentire, la neve. Un sentire con tutti i sensi che abbiamo a disposizione più uno. Forse non lo so spiegare perché sono uno sciatore fondamentalmente scarso.
Prendi il rigelo, ad esempio. Il rigelo sta alla neve come l’hang-over alle serate di balla. Durante il giorno la neve cuoce, si spappola, scivola in una specie di delirio di caldo e di sole, offrendosi al suo nemico naturale in un sacrificio volontario. E poi arriva il rigelo. Che anche lì c’è una spiegazione del fenomeno legata alle radiazioni termiche, l’umidità, il vento, ma poi alla fine conta qualcosa che non riesci a calcolare nemmeno con lo strumento più raffinato. Nel giro di poche ore la neve rinasce, si ricostruisce, cambia forma e struttura. E il miracolo avviene di nuovo. Perché in questa scienza inesatta c’è invece un momento esatto che occupa lo spazio di pochi minuti, quel momento in cui tutto si allinea, il sole con la neve, la neve con le tavole, le tavole con le gambe, le gambe col cervello. Quel momento esatto assomiglia a quello in cui gli uccelli migratori - che non si è mai capito come - ad un certo punto prendono, si radunano e spiccano il volo. Una cosa che esalta gli etologi, ma dovrebbe interessare anche gli psicanalisti, come se quei pennuti fossero dotati di un inconscio collettivo.

Il Dubbio e l'Innamoramento per la Linea Sciistica
E quindi sono qui, seduto a guardare questo pendio che mi pare una pista di decollo, aspettando il momento e facendomi torturare dal dubbio. Il dubbio è come un insetto che ti ronza insistentemente nell’orecchio, un rumore improvviso che incrina la notte e non ti fa più dormire, riempiendoti di paure.
In questa maledetta cosa dello sci, la colossale fregatura è che non ci sono precedenti. Potrai scavare nella memoria, cercare analogie e similitudini, parallelismi con altre discese, ma niente potrà darti la certezza di poter essere veramente padrone della situazione. Nemmeno alla fine. Il dubbio te lo porti dentro sempre, anche alla fine di una discesa. In altre discipline esiste l’allenamento. È qualcosa che puoi programmare, ponendoti obiettivi, aumentando i carichi o diminuendoli. Raggiungere un livello. O quantomeno un grado soddisfacente di approssimazione. Ma nello sci? Ho l’impressione di no. Ne è la prova il fatto che ognuno poi si chiude in una bolla, a cercare il momento.
Nel giro di pochi minuti la cresta si spopola. Sono rimasto solo io a discutere con il dubbio che non si risolverà nemmeno oggi e sotto di me si stende la sensuale spalla del Laska Plagna. Che se è una cosa strana, la neve, lo è anche l’innamoramento folle che ti prende per una linea. Anche qui c’è un momento in cui improvvisamente la vedi e da allora la cercherai sempre. E’ estetica, ma anche sentimento. Sarà per come emerge sopra le cresta a spazzola delle Prealpi. Sarà per questa valle su cui plana, chiusa nel suo mistero con la sua lingua antica e i suoi prati inespugnabili. C’è qualcosa che ti attira proprio perché pare respingerti. Scendere queste linee non è semplicemente sciare.
Mi abbasso pochi metri, scavo una piazzoletta e cerco nuovamente l’allineamento. Un po’ più in basso il Conta mi aspetta.

La Val Resia e l'Alta Via del Canin
Le città finiscono di colpo. Anche quelle più grandi, ad un certo punto finiscono. Ti giri e non ci sono più. Le vedi ferme, all’ultima casa o ad una svolta. Quel cavalcavia spicca il volo d’un colpo, sorgendo improvviso da un tratturo. Sbalza la linea interrata della tangenziale e si rituffa in mezzo ai campi. È piantato lì in maniera tanto irreale che potrebbe essere il relitto di un passato sconosciuto come il progetto di un futuro incomprensibile. È da lì che ho visto questa linea nascere, in principio d’inverno, quindi crescere con le prime nevicate e poi lentamente svanire. Incutermi paura ed instillare desiderio. Perché si dovrebbe ascoltare il cuore ogni tanto, mettendo da parte l’opzione migliore, in questo vasto mondo di opportunità. Lasciarsi trasportare da un istinto (è lo stesso del rigelo, della pasta, delle migrazioni?) e farsi amare da questa montagna che nasce da un punto lontano.
Ci sono tre linee, pennellate sui fianchi scoscesi del Canin che guardano al mare. Quando la neve torna a vestirle pare di intuire i lineamenti di una sposa dietro al suo velo. In discesa dalla spalla S/O del Laska Plagna.
L’itinerario per la cima del Monte Lasca Plagna prevede la salita attraverso la Val Resia. Si sale per la strada ben innevata fino al parcheggio con divieto, poi si prende a sinistra una pista forestale che porta nell’evidente canalone che adduce al passo d’Infrababa. La parte finale del canalone (200 m) si sale con piccozza e ramponi. Rimessi gli sci si va a sinistra (ovest) sotto le rocce, si valica una forcella da dove si ha la visione della parte finale del versante sud-est del Lasca Plagna. Proseguendo per una valletta dell’altopiano carsico si raggiunge e si supera il ripido tratto finale (40°) fino in cima. La discesa avviene per la via di salita, con manto nevoso ben consolidato e sciabile, sebbene la parte alta del canalone d’Infrababa sia ripida e con neve dura, da affrontare in discesa dopo le 12.00-13.00.
Un'altra opzione è la via "da li pleris", la più diretta, che parte da casera Berdo di Sopra e segue un grande deposito di valanga per poi passare dal ripido tratto a sinistra di un salto roccioso, aggrappandosi alla ginestra e proseguendo su una cengia rocciosa per rientrare nel canalone sovrastante formato da vari semi-imbuti (li pleris) sovrapposti e intercomunicanti. Salendo dritti si sbuca in cima.
Il terzo itinerario prevede il passaggio dai pascoli di Berdo di Sopra, traversando verso sinistra su una larga cengia, passando nelle vicinanze di un evidente faggio solitario, fino a imboccare un canale che sbuca sulla Plagna. Da qui il percorso è ampio, evidente e poco ripido, salvo il tratto di 200 m che adduce alla cresta principale.
Infine, la salita più suggestiva passa dal canale che separa il Lasca Plagna dal Cerni Vogu. Da Berdo si traversa lungamente seguendo il sentiero estivo fino nel Rio Toudule, a poca distanza da Casera Canin. A destra si apre un ampio vallone da percorrersi fin sotto le rocce terminali. Sulla destra si nota il canale sbarrato da un salto di 8 m che occorre aggirare sulla sinistra per una difficile ed esposta cengia. Il canale, dapprima stretto e solcato da una profonda rigola ghiacciata, poi sempre più ampio, sbuca in cresta sulla Skrbina v Mali Dol; seguendo la cresta a destra per poco meno di 100 m di dislivello si è in cima.
La discesa più consigliabile, condizioni d’innevamento permettendo, resta comunque la Plagna, con difficoltà OSA. La prima discesa è quella che ripercorre il versante sud est, inizialmente sui 40° di inclinazione, con gran accoglienza sull’altopiano carsico di Kaninski Podi, poi giù per il canalone dell’Infrababa fino a Malga Coot.

L'Alta Via Resiana offre un percorso impegnativo attraverso creste rocciose e aeree, con tratti attrezzati e passaggi che richiedono attenzione e competenza alpinistica. Dal Bivacco Costantini alla Infrababa Grande, passando per la Forcella di Infrababa Grande allo Slebed, il Monte Slebe, il Monte Lasca Plagna, il Cerni Vogu, il Porton Sotto Canin, il Canin Basso e il Monte Canin, ogni tratto presenta sfide uniche.
La discesa dal Monte Canin verso il Picco di Carnizza è inizialmente una facile cresta, molto esposta sul lato nord-est, con splendidi scorci sul Ghiacciaio del Canin e sul Foran dal Muss. Successivamente, un tratto attrezzato, il più lungo e impegnativo dell'Alta Via, porta alla Sella Grubia.
È necessario un equipaggiamento da montagna adeguato, con vestiario robusto, calzature solide, imbracatura, kit da ferrata e casco. È opportuno prevedere l'utilizzo di piccozza e ramponi, soprattutto ad inizio stagione o in caso di discesa attraverso il Ghiacciaio del Canin. Per percorsi di più giorni, è indispensabile attrezzatura per il pernottamento in bivacco.
