La situazione degli impianti sciistici in Italia, in particolare lungo la dorsale appenninica, presenta un quadro preoccupante. Uno studio recente rivela che, dei 101 impianti realizzati, più della metà sono attualmente chiusi o parzialmente inattivi da oltre sette anni. Questo fenomeno è particolarmente accentuato negli Appennini, a causa delle temperature in aumento e della scarsità di nevicate, che rendono i comprensori sciistici più vulnerabili agli effetti del riscaldamento globale rispetto alle Alpi.

L'Impatto del Cambiamento Climatico sui Comprensori Sciistici
Le montagne degli Appennini, caratterizzate da un clima più mite rispetto alle Alpi, stanno subendo in modo più marcato le conseguenze dei cambiamenti climatici. La copertura nevosa media è in progressiva diminuzione, influenzando direttamente i costi di investimento e gestione delle stazioni sciistiche. L'abbondanza di neve non solo garantisce la praticabilità delle piste, ma riduce anche significativamente le spese operative.
Nonostante queste evidenze, si assiste a un paradosso: la proliferazione di progetti per la costruzione di nuovi impianti di risalita in tutto l'Appennino, spesso sostenuti da finanziamenti pubblici. Tuttavia, questi investimenti sono esposti a rischi elevati, poiché raramente tengono conto dei rapidi cambiamenti climatici e dei fattori ambientali che incidono sulla loro redditività a lungo termine. L'assenza di dati solidi e duraturi sulla permanenza del manto nevoso ostacola ulteriormente la valutazione oggettiva della fattibilità e della sostenibilità di tali progetti.

Dati e Riflessioni sulla Situazione Attuale
Uno studio approfondito ha fornito un set di dati completo sulle stazioni sciistiche abbandonate e ancora operative negli Appennini. I risultati sono allarmanti: 358 chilometri di piste da sci, pari al 44% del totale disponibile, appartengono a comprensori chiusi o parzialmente chiusi. Questo scenario suggerisce la necessità per gli operatori del settore di valutare attentamente, o addirittura riconsiderare, l'eccessiva dipendenza dal turismo invernale in aree situate a quote inferiori ai 1.500/1.600 metri, o con esposizioni a Sud e Ovest anche a quote superiori ai 2.000 metri.
È importante sottolineare che neppure l'ampio ricorso all'innevamento programmato rappresenta una soluzione sostenibile per l'industria del turismo invernale. Questa pratica richiede ingenti apporti di energia e acqua, potenzialmente causando scarsità per altri settori.
Sebbene i dati indichino difficoltà per molti comprensori, ciò non implica necessariamente l'estinzione dell'industria degli sport invernali. Nel contesto appenninico, lo sci tenderà a concentrarsi in pochi comprensori situati a quote più elevate (tra i 1.600 e i 2.200 metri) e con dimensioni tali da permettere economie di scala. I piccoli comprensori a bassa quota, invece, sembrano non avere futuro.
Il Ruolo dei Finanziamenti Pubblici e lo Spreco di Risorse
La ricerca mira a fornire a politici e portatori di interesse gli strumenti per identificare i fattori geografici e socioeconomici che dovrebbero guidare i futuri investimenti, evitando ulteriori fallimenti e sprechi di denaro pubblico. Lo smantellamento degli impianti abbandonati è raro a causa degli elevati costi, portando a un accumulo di strutture dismesse e "edifici sospesi".
Il report "Nevediversa 2026" di Legambiente evidenzia un aumento degli impianti sciistici dismessi (273) e degli "edifici sospesi" (247) su Alpi e Appennini. La crisi climatica impone una riflessione su una nuova fruibilità del turismo invernale in quota e il lancio di iniziative come il "Manifesto della Carovana dell’accoglienza montana".

Regioni Più Colpite e Casi Simbolo
Il Piemonte si conferma la regione con il maggior numero di strutture sciistiche dismesse (76), seguito dalla Lombardia (51). Per quanto riguarda gli "edifici sospesi", la Valle D'Aosta (36), la Lombardia (31) e il Piemonte (20) sono le regioni più colpite. Tra i casi simbolo di "edifici sospesi" figura il Grand Hotel Wildbad a San Candido (BZ).
A livello nazionale, Legambiente cita 106 impianti sciistici chiusi temporaneamente, 98 che operano in condizioni miste e 231 che sopravvivono grazie a fondi pubblici ("casi di accanimento terapeutico"). Le regioni più colpite da quest'ultimo fenomeno sono Lombardia (63), Abruzzo (47) ed Emilia-Romagna (34).
Legambiente evidenzia anche l'aumento delle attrazioni ludiche ("Luna park della montagna") come piste tubing e bob estivo, considerate "forme di intrattenimento artificiale con impatti non sempre sostenibili sull’ambiente montano".
Il Futuro dei Grandi Eventi Invernali e le Previsioni Climatiche
Il report di Legambiente pone un campanello d'allarme sul futuro dei grandi eventi invernali, come le Olimpiadi. Si stima che in meno di trent'anni si perderà l'affidabilità climatica del 44% delle sedi olimpiche, con dati ancora più critici per i Giochi Paralimpici, dove solo il 24% delle sedi idonee rimarrà utilizzabile.
Questi eventi, secondo Legambiente, rappresentano un modello in cui le gare dipendono da infrastrutture artificiali in un ambiente montano fragile e imprevedibile. I dati Eurac Research confermano che sulle Alpi la stagione nevosa dura oggi 22-34 giorni in meno rispetto a 50 anni fa, con una contrazione della profondità del manto nevoso e dello SWE (Snow Water Equivalent) superiore al 30%.
Gli effetti dei cambiamenti climatici sulla salute
Azioni Necessarie e Modelli di Turismo Sostenibile
Legambiente denuncia i ritardi del governo nell'affrontare la crisi climatica in quota e sottolinea l'urgenza di implementare azioni di adattamento, ripensare il turismo montano invernale e coinvolgere le comunità locali. Il "Manifesto della Carovana dell’accoglienza" promuove un approccio basato sulla sostenibilità e l'innovazione.
Il riscaldamento globale e la riduzione della neve non sono fenomeni episodici. La crisi climatica genera impatti diretti sulla disponibilità idrica, sugli ecosistemi montani e sulle attività umane. Sono necessarie politiche e investimenti orientati verso modelli di turismo più sostenibili e resilienti.
Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente, afferma che ogni impianto inattivo ha un costo economico e testimonia la fragilità di un modello turistico che riduce la montagna a scenografia. Infrastrutture abbandonate e neve artificiale rivelano i limiti di un'illusione collettiva.
Dati Aggiornati e Casi Specifici
Il dossier "Nevediversa 2025" di Legambiente censisce gli impianti chiusi, semichiusi e quelli che faticano a restare aperti. Le regioni con più strutture non funzionanti sono Piemonte (76), Lombardia (33), Abruzzo (31) e Veneto (30). Aumentano anche i bacini di innevamento artificiale, con 165 mappati in Italia per una superficie totale di quasi 1.900.000 mq.
L'impianto della vergogna, citato nel report, è la bidonvia di Pian dei Fiacconi sulla Marmolada, abbandonato e travolto da una valanga, con un pesante impatto ambientale. A livello nazionale, sono 112 le strutture temporaneamente chiuse, 128 quelle "un po' aperte, un po' chiuse" e 218 sottoposti ad "accanimenti terapeutici".
Il report analizza anche la situazione delle Alpi francesi e svizzere, con 101 impianti abbandonati in Francia e oltre 55 tra skilift e funivie dismessi in Svizzera.
Costi dell'Innevamento Artificiale e Aumento dei Prezzi
L'innevamento artificiale è diventato una spesa cruciale per la sopravvivenza dei comprensori. Esempi come il Bellunese (2 milioni di euro a metà febbraio), Sestriere (oltre 10 milioni di euro in quattro anni) e Friuli-Venezia Giulia (circa 5,3 milioni di euro a stagione) evidenziano l'ingente investimento. Parallelamente, i costi della settimana bianca sono in aumento, con un incremento medio giornaliero per famiglia di 186 euro solo per l'accesso agli impianti.
Vanda Bonardo, responsabile nazionale Alpi di Legambiente, sottolinea la necessità di ripensare il turismo invernale in chiave più sostenibile e di avviare percorsi di governance tra istituzioni, comunità locali e realtà territoriali, replicando le buone pratiche di turismo dolce.
Olimpiadi Milano-Cortina 2026 e Overtourism
A un anno dall'evento, la sostenibilità delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026 resta un obiettivo lontano, con ritardi e costi lievitati da 1,5 a 5,7 miliardi di euro. Opere come le varianti della Val Boite rischiano di non essere completate.
L'overtourism colpisce Alpi e Appennini, con mete alpine come Cortina che vedono l'espansione del turismo di lusso, diventando "scenari di gentrificazione" dove gli investitori stranieri prevalgono sui residenti.

Cause Storiche e Gestionali della Dismissione
La diminuzione delle nevicate a quote basse ha giocato un ruolo determinante nella chiusura di molti impianti. Le stazioni sciistiche sorte in contesti destrutturati, con bassi costi di realizzazione e manutenzione, hanno faticato ad adattarsi alle normative di sicurezza più stringenti e ai crescenti costi fissi. La sostenibilità economica richiede ormai stagioni di almeno tre mesi e investimenti significativi in innevamento programmato.
In molti casi, la "malagestione" ha contribuito alla chiusura degli impianti, intrecciandosi con il cambiamento climatico. Esempi di speculazione edilizia e progetti incompiuti hanno portato alla dismissione di comprensori. Tuttavia, realtà virtuose come Domobianca dimostrano che, con un'adeguata pianificazione strategica e investimenti mirati, è possibile gestire il cambiamento climatico e sviluppare forme di turismo destagionalizzato e diversificato.

