I giudici d’Appello di Torino hanno confermato la sentenza del tribunale civile di Verbania, che nel gennaio 2023 aveva respinto la richiesta della società Ferrovie del Mottarone. La concessionaria della funivia chiedeva l’annullamento degli atti con cui il Comune, in seguito al tragico incidente del 23 maggio 2021, aveva revocato il contratto del 2016. All’impresa di Luigi Nerini riconosceva 143 mila euro l’anno fino al 2028 quale partecipazione pubblica ai costi sostenuti per la revisione quarantennale dell’impianto. Il contributo comunale, in quote annuali per complessi 1 milione e 860 mila euro, si sommava al milione e mezzo concesso dalla Regione.
Senza questo aiuto pubblico Nerini non avrebbe partecipato alla gara - già andata deserta - per rimettere in funzione la funivia del Mottarone, che era da sottoporre alla revisione con spesa di 4,5 milioni. All’indomani del disastro, in cui hanno perso la vita 14 passeggeri e un bambino è rimasto gravemente ferito, era subito emerso che le cause dell’incidente erano da ricondurre a una gestione negligente. Imperizia e superficialità sono state attestate dal tribunale in un procedimento penale che si è concluso con tre patteggiamenti: quelli di Nerini, del capo servizio Gabriele Tadini e del direttore d’esercizio Enrico Perocchio.

Esito del procedimento penale e civile
L’esito processuale non può che aver dato supporto al parere di secondo grado assunto in sede civile: Ferrovie del Mottarone non ha rispettato obblighi contrattuali, relativi a gestione, manutenzione e sicurezza, e ciò ha reso legittima - così si sono espressi i giudici - la revoca della concessione e l’interruzione del contributo economico, anche se era stato inteso come una cifra unica dilazionata in più anni.
Si chiude con tre patteggiamenti e due proscioglimenti la vicenda giudiziaria della tragedia della funivia del Mottarone. Era il 23 maggio 2021 quando la cabina numero 3 precipitò e morirono 14 persone; unico sopravvissuto fu il piccolo Eitan. Oggi, a distanza di quattro anni, è stata messa la parola fine a un lungo e travagliato iter giudiziario che non è mai arrivato alla fase dibattimentale ma si è fermato all’udienza preliminare.
La sentenza è stata letta poco dopo le 14 dal Gup di Verbania Gianni Macchioni. Si era capito già dalla mattina che sarebbe stato il giorno decisivo. La Procura di Verbania aveva infatti espresso parere favorevole ai patteggiamenti per il titolare della funivia Luigi Nerini, per il capo servizio Gabriele Tadini e per il direttore d’esercizio Enrico Perocchio. Per la Procura è la soluzione migliore rispetto a un dibattimento che richiederebbe ancora troppo tempo. L’annuncio era stato dato dal procuratore capo di Verbania Alessandro Pepè questa mattina alla riapertura dell’udienza preliminare, la seconda, visto che la prima era terminata con il giudice che aveva restituito il fascicolo alla Procura.
Le condanne e i proscioglimenti
Per il titolare delle Ferrovie del Mottarone Luigi Nerini è stata comminata una condanna a 3 anni e 10 mesi. Per il direttore d’esercizio Enrico Perocchio, 3 anni e 11 mesi. Per Gabriele Tadini, capo servizio dell’impianto, 4 anni e 5 mesi. Il pm Laura Carrera, durante l’udienza ripresa questa mattina, ha annunciato in aula la richiesta di proscioglimento per Martin Leitner e Peter Rabanser, i due dirigenti della società altoatesina che curava la manutenzione della Funivia del Mottarone. Il giudice ha confermato tutte le richieste.
Lo sfogo dei familiari delle vittime
«Questo è il valore che danno alla vita delle persone». Sono le poche parole pronunciate da Vincenza Minutella, la mamma di Silvia Malnati, una delle 14 vittime dell’incidente del Mottarone, dopo la decisione del gup Gianni Macchioni, che ha accolto le richieste di patteggiamento di tre imputati e di proscioglimento dei vertici di Leitner.
«Siamo soddisfatti dell’esito in quanto per le persone contro le quali ci eravamo costituiti parte civile, cioè Tadini e Nerini, c’è stata una condanna severa seppure con un rito alternativo come il patteggiamento» ha commentato l’avvocato Emanuele Zanalda, legale dei parenti paterni del piccolo Eitan, unico sopravvissuto alla strage. «Ovviamente rimane l’amaro in bocca - aggiunge - perché soprattutto da parte del signor Nerini, non c’è mai stata una lettera di scuse nei confronti dei familiari delle vittime».

Le dichiarazioni delle autorità
«Non è stata una decisione facile - ha spiegato in aula il procuratore Pepè - ma aderire ora a una definizione riteniamo sia un modo per iniziare a ricucire una ferita che nessuna pena e nessun risarcimento potranno mai lenire. Spero che i familiari delle vittime possano non dico accettare ma comprendere. Queste proposte mettono un punto fermo in merito a ricostruzione dei fatti e responsabilità».
Amareggiata invece il primo cittadino di Stresa Marcella Severino: «Non sono sorpresa, era già previsto dalla scorsa udienza. Ci sono persone che, a differenza mia, non sono state sette ore in mezzo ai morti in quel pomeriggio sulla vetta del Mottarone: ai parenti delle vittime dico che noi staremo sempre vicino a loro» ha detto fuori dall’aula dell’udienza.
Le motivazioni della sentenza e il ruolo della Leitner
La società Leitner ha espresso il proprio apprezzamento per la sentenza di non luogo a procedere in relazione alla posizione del proprio vice presidente Martin Leitner e del dirigente Peter Rabanser. Una decisione che si pone in linea di totale continuità con le già avvenute archiviazioni della posizione del proprio presidente Anton Seeber e della stessa società. Leitner ha sottolineato che sin dall'inizio del procedimento la società ha costantemente ribadito la propria condotta improntata a diligenza, coscienza e responsabilità, nell'esecuzione del contratto di manutenzione vigente con la società Ferrovie del Mottarone.
Intanto la Regione Piemonte ha deciso la revoca della propria costituzione di parte civile nel processo per la tragedia del Mottarone.

Analisi del GUP sulle pressioni e le mancate manutenzioni
Sono state depositate le motivazioni per la sentenza della tragedia della funivia del Mottarone. I tre patteggiamenti sono stati accettati dal giudice il 18 settembre 2025 durante l’udienza preliminare al Tribunale di Verbania, a quasi quattro anni dal disastro. Tali pene, essendo inferiori a cinque anni, consentono ai tre di evitare il carcere diretto e puntare a misure alternative come l’affidamento in prova o servizi sociali.
Il GUP Gianni Macchioni, nelle 69 pagine di motivazioni, scrive che è «evidentemente legittimo il sospetto» che il direttore d'esercizio dell’impianto Perocchio, che era anche dipendente di Leitner, «agisse nell'interesse del proprio datore di lavoro» ovverosia del gruppo di Vipiteno, «esercitando pressioni» sul caposervizio Tadini «affinché rinviasse gli interventi manutentivi necessari e non sospendesse l'esercizio anche quando ciò avrebbe dovuto accadere». Tuttavia, il GUP sottolinea che «questo sospetto in assenza di fonti che diano conto di direttive o pressioni o indicazioni in tal senso da parte della Leitner o di un qualunque suo responsabile, è ben lungi dal divenire una prova».
L’attività di «pressing» era fatta anche da Nerini a Perocchio. E lo si legge nelle motivazioni del gup di Verbania, Gianni Macchioni, con cui ha prosciolto i vertici di Leitner. Perocchio scriveva anche che «adesso il signor Nerini sostiene che si “stanno rubando” soldi suoi e che chiederà i danni a Leitner per questo operato», aggiungendo di ritenere che «con queste condizioni pensare ad un contratto di manutenzione per ancora 12 anni sia molto complicato. Prevedo, sperando di sbagliare, polemiche per ogni cosa e la segnalazione di molti problemi sull'impianto da sistemare».
Per questo, concludeva, «chiederei ai legali di iniziare a valutare se c’è la possibilità per Leitner di uscire da questo contratto», che prevedeva che la società altoatesina si occupasse della manutenzione dell'impianto di risalita di Stresa.
Omicidio Paganelli. Gli avvocati dei famigliari: menzogne in tv, dietro c'è regia
Proscioglimento dei vertici Leitner
Infine, per il GUP Macchioni «non vi sono prove di direttive, pressioni o indicazioni da parte della Leitner o di un qualunque suo responsabile» per «ridurre al minimo le fermate dell'impianto e gli interventi di manutenzione» della funivia del Mottarone. E' questo un passaggio delle motivazioni, lunghe 69 pagine, della sentenza di non luogo a procedere nei confronti di Martin Leitner, vice presidente della società altoatesina, e di Peter Rabanser, responsabile del customer service.
Incidenti simili: il caso di Macugnaga
Il modello di funivia del Mottarone è lo stesso di quello di Macugnaga. Anche in questo caso si è verificato un problema ai freni, ma fortunatamente nessuno aveva disattivato il sistema di emergenza. L'incidente è avvenuto martedì 30 dicembre, dove 14 persone sono state medicate al pronto soccorso di Domodossola, la più grave delle quali ha avuto dieci giorni di prognosi.
Le indagini sulla funivia di Macugnaga sono state delegate al Soccorso alpino della guardia di finanza e è stato aperto un fascicolo contro ignoti per lesioni e attentato alla sicurezza dei trasporti. «Dobbiamo capire cosa non ha funzionato - dice il procuratore di Verbania Alessandro Pepè - e impedire la reiterazione del pericolo: la funivia è sotto sequestro per i rilievi».

Si è trattato di un guasto quando la cabina verso monte aveva quindici persone, quella di valle solo il «vetturino» a bordo. Si sarebbero schiantati contro il muro delle due stazioni se non fosse stato per la prontezza dei due vetturini di Mts, la società che gestisce l’impianto di proprietà del Comune di Macugnaga. Il freno di emergenza qui era in funzione. Quando si sono accorti che la corsa non rallentava, si sono lanciati sul freno di emergenza che blocca il carrello alla fune portante, quello che sul Mottarone era stato disattivato e avrebbe potuto salvare quattordici vite.
Qui ha funzionato, ma è questione di secondi quando la cabina è quasi in stazione, dunque la corsa è stata solo rallentata, così l’impatto non è stato distruttivo. Corpi che rotolano, che sbattono, caos, paura, urla. In quegli istanti non si capisce più nulla. Poi in una manciata di minuti sono arrivati elicotteri di 118, guardia di finanza e vigili del fuoco. Un medico in vacanza ha prestato i primi aiuti, in zona c’era la vice delegata del Soccorso alpino Valdossola, Natalia Sibilia, che è infermiera.
Il pensiero rimanda subito al Mottarone. Anche il 23 maggio 2021 c’erano quindici persone a bordo della cabina precipitata perché il freno d’emergenza era stato manomesso. L’epilogo è diverso. Tra ambulanze ed elicotteri, sono 14 le persone portate in ospedale, compresa una bimba. Per lei, escoriazioni e paura. Così per gli altri, tranne un uomo a cui è stata cucita una ferita al braccio.
«Lo spavento è stato enorme, soprattutto per i bambini - racconta Sibilia -, il panico avvolge tutto, mantenere la calma diventa una sfida». Tommaso Girola, lombardo che al Moro era andato presto per ciaspolare, alle 11 era in coda per scendere: «Abbiamo udito dei rumori, ci siamo resi conto che era successo qualcosa di grave».
