Primo Levi nacque a Torino il 31 luglio, nella casa in cui avrebbe vissuto per tutta la vita. I suoi antenati erano ebrei piemontesi originari della Spagna e della Provenza. Levi ne descrisse le abitudini, lo stile di vita e il gergo nel capitolo iniziale de Il sistema periodico, ma non conservò un ricordo personale al di là di quello dei nonni. Il nonno paterno era un ingegnere civile che abitava a Bene Vagienna, dove possedeva una casa e un piccolo podere; morì verso il 1885. Il nonno materno era un mercante di stoffe e morì nel 1941. Il padre, Cesare, nato nel 1878, si laureò in ingegneria civile nel 1901. Dopo vari soggiorni di lavoro all'estero (Belgio, Francia, Ungheria), nel 1918 sposò Ester Luzzati, nata nel 1895 (morta nel 1991).
Levi descrive il padre come una persona molto diversa da sé, un'eccellente persona ma priva di tendenze verso una carriera accademica. Dal padre, Levi ereditò una biblioteca, l'amore per i libri e una certa tensione spirituale, tanto che iniziò a studiare l'inglese a sessantaquattro anni, tormentandosi sui "perché" delle cose. Sebbene il padre avesse fatto scuole tecniche e ingegneria, la sua cultura al di fuori del suo campo era piuttosto lacunosa. Cercava tuttavia di colmare queste lacune, leggendo Kant in tedesco, pur comprendendone poco. Era un autodidatta con una vasta cultura, che leggeva libri a caso e possedeva una biblioteca ricca di testi insoliti.

Gli anni della formazione scolastica
Durante le scuole elementari, Levi era di salute cagionevole. Si iscrisse al Ginnasio-Liceo D'Azeglio, un istituto noto per aver ospitato docenti illustri e oppositori del fascismo, come Augusto Monti, Franco Antonicelli, Umberto Cosmo, Zino Zini e Norberto Bobbio. Nonostante il liceo fosse stato "epurato", Levi si presentò politicamente agnostico. Era uno studente timido e diligente, interessato alla chimica e alla biologia, ma meno alla storia e all'italiano. Non si distinse particolarmente, ma non ebbe insufficienze in alcuna materia. In questo periodo strinse amicizie che sarebbero durate tutta la vita.
La scoperta della chimica e il rapporto con il padre
La vocazione chimica di Levi iniziò intorno ai quattordici anni. Suo padre esercitò pressioni caute per indirizzarlo verso la scienza. Il padre era un bibliofilo, che acquistava libri a caso e aveva passioni da autodidatta, studiando molte cose per conto proprio e continuando a farlo fino alla fine. Aveva riempito la casa di libri strani, molti dei quali Levi conservò. Il padre gli acquistava la collana di divulgazione scientifica Mondadori, tra cui titoli come I cacciatori di microbi, L'architettura delle cose, un primo libro sulla genetica e L'uomo questo sconosciuto di Carrel.
Il padre nutriva un profondo odio per la natura e la campagna, preferendo la vita urbana di Torino. Levi racconta che il padre lo portava spesso in città, nonostante la sua riluttanza, e non comprendeva il suo interesse per la montagna o lo sci. Il tennis era accettabile perché considerato meno pericoloso e svolto in un'area circoscritta, ma la montagna rimaneva incomprensibile per lui. Il padre consigliava a Levi di "bere, fumare, andare con le ragazze", preferenze che Levi non condivideva, non fumando, non bevendo e non avendo ragazze. Mancava una piena comprensione reciproca tra padre e figlio, poiché Levi si considerava un romantico, interessato anche all'aspetto romantico della chimica, con la speranza di giungere a possedere la chiave dell'universo e capire il perché delle cose.

Levi esprimeva una curiosa sensazione di essere vittima di una congiura familiare e scolastica, che gli nascondessero qualcosa. Cercava risposte nei luoghi a lui riservati, come la chimica o l'astronomia. Nonostante avesse un ottimo rapporto con la sua insegnante di italiano, fu colpito quando lei affermò pubblicamente che le materie letterarie avessero valore formativo e quelle scientifiche solo informativo. Questa affermazione rafforzò in lui l'idea di una "congiura gentiliana", un tentativo di allontanare i giovani dalle fonti del sapere scientifico perché considerate pericolose.
Insieme a due o tre amici, Levi predicava l'importanza di trovare la propria "via giusta" e la "scorciatoia" al sapere, negata dalla scuola. Pur digerendo diligentemente greco e latino, trovandoli linguisticamente divertenti, sentiva che la chimica insegnata a scuola era ridotta a un mero testo, senza un collaudo pratico o un approccio inventivo. L'insegnante di scienze naturali considerava la chimica solo come un testo, senza aver mai toccato un cristallo o una soluzione. Le esperienze in aula erano ripetitive e mancava l'aspetto innovativo.
Il padre gli aveva comprato un microscopio e Levi organizzava esperimenti, come osservare i cristalli di una soluzione di allume. Lesse L'architettura delle cose di sir William Bragg, che lo affascinò per la sua chiarezza e semplicità. Da quel momento decise che sarebbe diventato un chimico, vedendo in quei concetti una grande speranza: i modelli in scala umana, i concetti di forma e misura potevano estendersi dal mondo degli atomi a quello degli astri.
L'esperienza universitaria e le leggi razziali
L'esperienza universitaria fu liberatoria per Levi. Ricorda con chiarezza la prima lezione di chimica del professor Ponzio, caratterizzata da notizie chiare, precise, controllabili e espresse in un linguaggio essenziale e affascinante. Il laboratorio, frequentato cinque ore al giorno, rappresentò un'esperienza straordinaria, un vero e proprio "ritorno alle origini" dove si poteva toccare con mano, anche a costo di scottarsi o tagliarsi. La mano, organo nobile, era stata trascurata dalla scuola, troppo focalizzata sul cervello. Il laboratorio era anche un centro di socializzazione, dove si stringevano vere amicizie. Lo sbagliare insieme era un'esperienza fondamentale, condividendo le vittorie e le sconfitte, come nell'analisi quantitativa, dove l'identificazione di elementi come il bismuto o il cromo costituiva un'avventura.
Nel frattempo, il governo fascista emanava le prime leggi razziali, che proibivano agli ebrei di frequentare le scuole pubbliche. Tuttavia, a chi era già iscritto all'Università era consentito proseguire gli studi. Levi frequentava circoli di studenti antifascisti, ebrei e non, stringendo amicizia con i fratelli Artom.
Levi leggeva molto, poiché nella sua famiglia la lettura era un "vizio innocente e tradizionale", un'abitudine gratificante, una ginnastica mentale e un modo per riempire i vuoti di tempo. Suo padre leggeva contemporaneamente tre libri, portandoli ovunque e facendosi cucire giacche con tasche ampie per contenerli.
La liberazione universitaria coincise con il trauma di sentirsi dire: "attenzione, tu non sei come gli altri, anzi, vali di meno: sei avaro, sei uno straniero, sei sporco, sei pericoloso, sei infido". Le leggi razziali, pur essendo provvidenziali per lui e per altri, costituirono la dimostrazione per assurdo della stupidità del fascismo, mostrando il suo volto sciocco piuttosto che quello criminale.
Nella sua famiglia si accettava il fascismo con qualche insofferenza; suo padre si era iscritto al Partito e indossato la camicia nera, e Levi stesso era stato Balilla e poi Avanguardista.
La cultura ebraica e il senso religioso
Levi affermava di non avere alcuna religione. Essendo i suoi genitori ebrei, si costruì una cultura ebraica, ma molto tardi, dopo la guerra. Al suo ritorno, si ritrovò in possesso di una cultura supplementare che cercò di sviluppare, ma mai in senso religioso. Sentiva di avere un senso religioso "amputato", non avendone mai avuto uno. Possedeva quello che Freud definiva il "senso oceanico". Per ragioni pratiche, iniziò a studiare la cultura ebraica, sia yiddish che biblica, e i costumi di vita degli ebrei in varie parti del mondo, con un certo distacco scientifico, quasi "zoologico". Tuttavia, il capitolo sulla cultura dei suoi antenati ebrei piemontesi ne Il sistema periodico fu scritto con amore, poiché si sentiva profondamente legato al Piemonte.
Nel luglio, Levi si laureò con pieni voti e lode. Era convinto che questa lode fosse dovuta per il 40% al suo merito e per il resto al fatto che i professori, vagamente antifascisti, avessero trovato in questo modo per esprimere il loro dissenso. Tra i suoi compagni di corso, nessuno lo chiamò "ebreo", percependo le leggi razziali come una sciocchezza o una crudeltà. Tutti erano iscritti al GUF (Gruppi Universitari Fascisti), naturalmente.
La ricerca di lavoro e la Resistenza
Levi cercava affannosamente un lavoro, poiché la famiglia era a corto di mezzi e il padre era morente per un tumore. Trovò un impiego semilegale in una cava d'amianto presso Lanzo: ufficialmente non figurava nei libri paga, ma lavorava in un laboratorio chimico.
Descrive un periodo in cui lui e i suoi amici, ragazzi e ragazze approdati nella grande città resa inospitale dalla guerra, vivevano una vita comune. I loro genitori, chi ancora li aveva, erano sfollati in campagna per sottrarsi alle bombe. Come si legge ne Il sistema periodico, la loro immaturità permetteva loro di vivere nell'incertezza e nell'attesa: "come quando sei in montagna, e la tua corda è logora e sta per spezzarsi, ma tu non lo sai e vai sicuro". Tra questi amici c'erano l'architetto Eugenio Gentili Tedeschi, Carla Consonni, Silvio Ortona, Ada Della Torre (cugina di Primo), Vanda Maestro (che sarà anch'essa deportata ad Auschwitz e vi morirà), ed Emilio Diena. Gentili Tedeschi ricordò il giovane Primo per la qualità della sua fantasia, preconizzandogli un sicuro avvenire di scienziato.
Levi spiega la loro immaturità: vivevano nell'incertezza e nell'attesa. Ciascuno di loro era stato sorpreso dalle leggi razziali in un momento vulnerabile, alla fine degli studi a cui tenevano moltissimo e che volevano completare. Avevano perso l'anno, il 1939, in cui si poteva ancora andare all'estero. In novembre, gli alleati sbarcarono in Nord Africa, e a dicembre i russi difesero vittoriosamente Stalingrado. Levi e i suoi amici presero contatto con esponenti dell'antifascismo militante, compiendo una rapida maturazione politica.
Nel luglio cadde il governo fascista e Mussolini fu arrestato. L'otto settembre il governo Badoglio annunciò l'armistizio, ma "la guerra continuava". Le forze armate tedesche occuparono il Nord e il Centro Italia. Levi si unì a un gruppo partigiano operante in Val d'Aosta, ma all'alba del 13 dicembre fu arrestato presso Brusson con altri due compagni. Definisce il suo periodo di partigiano in Valle d'Aosta come il più "opaco" della sua carriera, una storia di giovani ben intenzionati ma sciocchi, da dimenticare.
La deportazione ad Auschwitz
Il viaggio verso Auschwitz durò cinque giorni. All'arrivo, gli uomini vennero separati dalle donne e dai bambini e avviati alla baracca n. Levi descrive il sistema di campi di concentramento di Auschwitz, composto da circa 39 campi. C'era Auschwitz città, al cui interno si trovava il Lager propriamente detto, la capitale del sistema. A 2 km si estendeva Birkenau (Auschwitz II), dove si trovava la camera a gas. Era un enorme Lager diviso in 4-6 campi confinanti. Più in alto, presso la fabbrica, si trovava Monowitz (Auschwitz III), finanziato da essa. Tutt'intorno si estendevano altri 30-35 piccoli campi (miniere, fabbriche di armi, aziende agricole, ecc.). Levi era prigioniero a Monowitz.
Levi attribuisce la sua sopravvivenza a una serie di circostanze fortunate. La sua conoscenza sufficientemente estesa del tedesco gli permise di comprendere gli ordini dei suoi aguzzini. Gli ebrei italiani non parlavano yiddish ed erano stranieri sia per i tedeschi che per gli ebrei dell'Est, i quali non avevano neppure nozione dell'esistenza di un ebraismo come il loro. Si sentivano particolarmente indifesi; insieme ai greci, erano gli ultimi tra gli ultimi, se non peggio, perché i greci erano in parte gente allenata a una discriminazione, con un antisemitismo presente a Salonicco.
I primi giorni furono terribili per chiunque, caratterizzati da uno shock e un trauma legati all'ingresso in un campo di concentramento, che poteva durare cinque, dieci o venti giorni. Quasi tutte le persone soccombevano in quella prima fase. Il modo di vivere era cambiato completamente nel giro di pochi giorni, in particolare per gli ebrei occidentali. Gli ebrei polacchi e russi avevano già affrontato un duro tirocinio nei ghetti, rendendo il trauma meno violento. Gli ebrei italiani, francesi e olandesi furono strappati alle loro case e rinchiusi nel campo di concentramento.
Levi avvertiva, insieme alla paura, la fame e lo sfinimento, un intenso desiderio di comprendere il mondo circostante, a partire dalla lingua. Sapeva un po' di tedesco, ma capì che doveva impararlo molto meglio, arrivando al punto di prendere lezioni pagandole con una parte della sua razione di pane.
La cosa più difficile da rendere era la "noia", la noia totale, la monotonia, la mancanza di avvenimenti, i giorni tutti uguali.
Levi conclude affermando che il perdono non è un verbo che gli appartiene, ma gli viene "inflitto" dalle lettere che riceve, specialmente da lettori giovani e cattolici, che gli chiedono se ha perdonato.
