La decisione di rimandare l'apertura degli impianti sciistici è stata il risultato di un complesso iter istituzionale e di valutazioni tecniche, che hanno visto il Ministro della Salute Roberto Speranza navigare tra prassi consolidate e urgenze sanitarie. Nonostante il parere favorevole del Comitato Tecnico Scientifico (CTS) del 3 febbraio, basato su rigidi protocolli, il report dell'Istituto Superiore di Sanità (ISS) sulla variante inglese ha imposto una nuova, sofferta, ma inevitabile decisione.
Il Contesto Decisionale
Il Ministro Speranza, da poco riconfermato nel suo incarico, si è trovato ad affrontare la proposta del CTS e il report dell'ISS sulla pericolosità della variante inglese. Quest'ultimo, reso noto venerdì pomeriggio, ha lanciato un allarme sulla necessità di non allentare le misure contenitive. Il verbale del CTS, datato 12 febbraio, evidenziava che "allo stato attuale non appaiono sussistenti le condizioni per ulteriori rilasci delle misure contenitive vigenti, incluse quelle previste per il settore sciistico amatoriale".
La decisione di un ulteriore rinvio, il quarto dopo quelli iniziali previsti per il 3 dicembre, 7 gennaio, 18 gennaio e 15 febbraio, è stata presa in stretta collaborazione con il Presidente del Consiglio, Mario Draghi, che ha dato il suo benestare alla proroga fino al 5 marzo. Questa scelta ha di fatto compromesso la stagione sciistica, generando forte preoccupazione tra gli operatori del settore.

Reazioni e Critiche dal Settore e dalle Regioni
La comunicazione del rinvio, avvenuta in extremis, ha scatenato un'ondata di proteste e dichiarazioni critiche da parte di esponenti politici, assessori al Turismo e presidenti di Regione. Molti hanno lamentato la mancanza di rispetto per i lavoratori della montagna e per le imprese del settore, sottolineando come le decisioni siano state prese con troppo poco preavviso, causando danni economici ingenti.
Il Ministro del Turismo, Massimo Garavaglia, ha definito l'ordinanza di Speranza un "mancato rispetto per i lavoratori della montagna", mentre i presidenti delle Regioni hanno richiesto "ristori subito". Le critiche si sono concentrate anche sulla tempistica delle decisioni, spesso comunicate a poche ore dalla data prevista per la riapertura, generando confusione e sfiducia.
Il Presidente della Conferenza delle Regioni, Stefano Bonaccini, ha chiesto una "moratoria di dichiarazioni tramite stampa" e un minor ricorso alle interviste da parte di esperti, auspicando un metodo decisionale più trasparente e condiviso: "Non succeda mai più che si prendano decisioni poche ore prima di qualcosa che era stato detto che si poteva essere".
Anche il Presidente del Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, ha criticato la gestione del Comitato Tecnico Scientifico, mettendo in dubbio la coerenza delle sue raccomandazioni nel tempo e chiedendo una ristrutturazione dell'organizzazione per evitare future indecisioni che penalizzano imprese e lavoratori.
Il Presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio, si è detto "allibito" dalla decisione, sottolineando come i dati epidemiologici fossero noti da giorni e come la comunicazione tardiva dimostri una mancanza di rispetto e consapevolezza della realtà lavorativa.
Le Motivazioni Sanitarie e Scientifiche
Il Ministero della Salute ha giustificato la decisione con la necessità di tutelare la salute pubblica di fronte alla crescente diffusione della variante VOC B.1.1.7, nota come variante inglese. L'ISS ha attestato che questa variante, caratterizzata da una maggiore trasmissibilità, rappresentava già il 17,8% dei contagi totali a metà febbraio. Il CTS, nel suo parere, ha evidenziato la "diffusa circolazione delle varianti virali" come fattore determinante per la non sussistenza delle condizioni per la riapertura degli impianti.
La preoccupazione per la diffusione delle varianti è stata un fattore comune che ha portato anche altri Paesi europei, come Francia e Germania, ad adottare misure restrittive analoghe. L'allarme lanciato da alcuni consulenti del Ministro, come Walter Ricciardi, sulla potenziale maggiore letalità della variante inglese ha ulteriormente rafforzato la linea della prudenza.

Impatto Economico e Richieste di Ristoro
La chiusura prolungata degli impianti sciistici ha avuto un impatto devastante sull'economia del turismo invernale, un settore che prima dell'emergenza Covid-19 generava un valore stimato tra i 10 e i 12 miliardi di euro all'anno, coinvolgendo circa 120.000 addetti diretti e 400.000 nell'indotto. Il calo di fatturato per molte attività ha raggiunto il 90%.
Il Governo si è impegnato a compensare gli operatori del settore con adeguati ristori. Ministri come Giorgetti e Garavaglia hanno sottolineato la necessità di indennizzi significativi, suggerendo che i 4,5 miliardi inizialmente richiesti potrebbero non essere sufficienti data la compromissione della stagione. Le Regioni hanno richiesto non solo risorse economiche, ma anche una maggiore chiarezza e programmazione per il futuro.
La Coldiretti ha evidenziato come il turismo invernale sia fondamentale anche per la sopravvivenza delle strutture agricole nelle aree montane, che svolgono un ruolo cruciale nel presidio del territorio. La mancata ripartenza rischia di portare al declino economico e all'abbandono di queste zone.
La Prospettiva del Nuovo Governo
La gestione della crisi legata alla chiusura degli impianti sciistici è diventata una delle prime sfide per il nuovo Governo Draghi. Le Regioni e gli operatori del settore hanno espresso la speranza in un cambio di metodologia decisionale, con maggiore tempestività, programmazione e una voce unica nella gestione dell'emergenza.
Il Presidente del Veneto, Luca Zaia, ha criticato la mancanza di coordinamento e la proliferazione di dichiarazioni contrastanti, sottolineando l'importanza di un "cambio di passo sul timing delle scelte" e di una "regia unica".
Nonostante le proteste e le critiche, alcune stazioni sciistiche hanno scelto di aprire gli impianti come forma di protesta, seppur con le limitazioni imposte. La situazione rimane tesa, con la necessità di bilanciare le esigenze sanitarie con quelle economiche e sociali di un settore vitale per molte comunità montane.
