Mentre in Ticino è stato confermato l'aiuto alle stazioni sciistiche attraverso un credito governativo di 5,6 milioni per il quadriennio 2025/29, il maltempo che ha recentemente colpito il Vallese, l'Oberland bernese e alcune zone del Ticino ha avuto un effetto paradossale. Le abbondanti nevicate non sempre hanno portato gioia ai gestori degli impianti, anzi.
Flessibilità e Condizioni Meteorologiche: Il Caso del Chäserrugg
Alex Singenberger, responsabile degli impianti al Chäserrugg (Toggenburg Bergbahnen), si è detto soddisfatto: "Finché ci sarà neve sul Chäserrugg, continueremo a offrire lo sci nei fine settimana qualora le condizioni fossero buone". Nel 2019, gli sciatori hanno potuto godere della neve addirittura fino al 2 giugno. La parola d'ordine è flessibilità: "Resteremo flessibili, sì, e se le condizioni saranno quelle giuste rimarremo aperti il più a lungo possibile". Questa flessibilità è garantita dal personale, la cui pianificazione del lavoro permette tale estensione stagionale. Singenberger sottolinea che per il comprensorio sciistico del Chäserrugg, fortemente influenzato dalle condizioni meteorologiche, essere flessibili è una scelta quasi obbligata, paragonabile all'adagio contadino: "Bisogna fare il fieno quando il tempo è buono".
La Realtà di Molte Altre Aree Sciistiche
Tuttavia, il caso del Chäserrugg è più unico che raro. Molte altre aree sciistiche in Svizzera non possono permettersi simili ragionamenti e strategie. Le nuove e abbondanti nevicate, infatti, non hanno modificato i piani di molti gestori, con diverse aree sciistiche che hanno già concluso la stagione. Tra queste figura Adelboden-Lenk nel Canton Berna, dove, secondo un portavoce, è già iniziata la revisione degli impianti. Altre stazioni chiuderanno a Pasquetta, il 21 aprile, o al più tardi il 27 aprile. Il comprensorio vallesano "4 Vallées" (Nendaz, Veysonnaz e Thyon) rientra in questa categoria, mentre Verbier rimarrà aperta fino al 27 aprile. Una portavoce di Verbier ha dichiarato al Blick che il 21 aprile è già tardi e non si prevede una copertura nevosa duratura nelle zone più basse prima di Pasqua. Inoltre, i contratti con i lavoratori stagionali stanno per scadere, richiedendo rinnovi per prolungare l'attività.
La Rete Magic Pass e le Priorità del Vallese
Nella rete Magic Pass, che comprende circa cento comprensori sciistici in Svizzera, nessuna azienda sta attualmente prolungando la stagione a breve termine. Una portavoce della rete ha spiegato che il Vallese sta vivendo una situazione particolare, con diverse destinazioni impegnate su priorità più urgenti. I mesi primaverili rappresentano un potenziale problema per le stazioni sciistiche, poiché le spese di gestione per gli impianti e il personale rischiano di superare le entrate. Di qui la necessità, per quasi tutti, di fissare una data di chiusura per l'annata sciistica, al fine di offrire sicurezza e pianificare con calma. L'adattamento al meteo e ai cambiamenti climatici nel breve periodo è problematico sia dal punto di vista logistico che finanziario.
Dove Sciare Dopo Pasqua? Le Opzioni ad Alta Quota
Per chi desidera sciare in Svizzera dopo Pasqua, la soluzione è puntare in alto, ovvero in quota. Località come Engelberg-Titlis, Samnaun e Zermatt rimarranno aperte fino a maggio. Anche in Austria, alcuni comprensori come Kaprun/Zell am See, Sölden e il ghiacciaio Pitztal offrono la possibilità di sciare fino all'inizio di maggio.
Il Nodo Politico e la Mancanza di Investimenti
Il nodo della questione è di natura politica: quando l'investimento risulta sbilanciato, quando tutto pende da un lato e mira ad ampliare un patrimonio sciistico già ricco, diventa difficile delineare un percorso alternativo. La mancata investizione nella ricerca e nel capitale umano per immaginare un futuro a misura di clima porta al rischio di impantanarsi in politiche territoriali obsolete.
Il Manifesto di AltraMontagna e il "Sistema Neve"
Questo articolo si allinea ai principi del Manifesto di AltraMontagna, che pone l'accento sul rapporto tra turismo invernale e neve. Le Alpi hanno visto una riduzione della copertura nevosa del 5-6% ogni decennio negli ultimi cinquant'anni, e metà delle località sciistiche europee rischia di rimanere senza neve senza l'ausilio di cannoni e bacini artificiali. Nonostante ciò, il 90% dei fondi pubblici destinati al turismo montano continua a sostenere il "sistema neve", lasciando solo briciole di risorse alla riconversione e alla destagionalizzazione.

L'Impatto Economico dello Sci e la Necessità di Riconversione
Lo sci è innegabilmente il perno economico di molte realtà montane, nonostante le crescenti difficoltà causate dall'aumento delle temperature. Coloro che sostengono l'abolizione immediata dello sci e la rimozione degli impianti commettono un errore, diffondendo una logica pericolosa per i territori. Eliminare lo sci di punto in bianco in località strutturate attorno ad esso equivarrebbe a generare significativi disagi sociali, come disoccupazione e spopolamento.
Tuttavia, è necessario un cambiamento, poiché i nuovi scenari aperti dai cambiamenti climatici impongono di immaginare una montagna meno dipendente dalla neve. Ignorare questo accorgimento porta, nel lungo termine, all'eliminazione dello sci, con conseguenti disoccupazione e spopolamento. Alimentare una dipendenza economica da un settore dal futuro incerto, considerando che in Italia gli impianti dismessi sono 273 e quelli chiusi temporaneamente 106, rischia di trascinare intere vallate in una condizione lavorativa precaria.
Siamo in una fase di transizione che offre l'opportunità di immaginare sistemi economico-turistici alternativi prima che la situazione per lo sci si inasprisca ulteriormente.
Le Conseguenze Ambientali della Creazione di un Impianto Sciistico
La nascita di un impianto sciistico comporta sempre delle conseguenze, a partire dal disboscamento fino ai costi per la neve artificiale. Per descrivere questo aspetto, prendiamo in prestito le parole dello scrittore Paolo Cognetti: "Una pista si fa così: si prende un versante della montagna che viene disboscato se è un bosco, spietrato se è una pietraia, prosciugato se è un acquitrino; i torrenti vengono deviati o incanalati, le rocce fatte saltare, i buchi riempiti di terra; e si va avanti a scavare, estirpare e spianare finché quel versante della montagna assomiglia soltanto a uno scivolo dritto e senza ostacoli. Poi lo scivolo va innevato, perché è ormai impossibile affrontare l’inverno senza neve artificiale: a monte della pista viene scavato un enorme bacino, riempito con l’acqua dei torrenti d’alta quota e con quella dei fiumi pompata dal fondovalle, e lungo l’intero pendio vengono posate condutture elettriche e idrauliche, per alimentare i cannoni piantati a bordo pista ogni cento metri. Intanto decine di blocchi di cemento vengono interrati; nei blocchi conficcati piloni e tra un pilone e l’altro tirati cavi d’acciaio; all’inizio e alla fine del cavo costruite stazioni di partenza e d’arrivo dotate di motori: questa è la funivia. Mancano solo i bar e i ristoranti lungo il percorso, e una strada per servire tutto quanto. I camion e le ruspe e i fuoristrada. Infine una mattina arrivano gli sciatori, gli amanti della montagna. Davvero non lo sanno? Non vedono che non c’è più un animale né un fiore, non un torrente né un lago né un bosco, e non resta nulla del paesaggio di montagna dove passano loro?".

Piste Sempre Più Condannate alla Neve Artificiale
In Italia esistono circa 280 comprensori sciistici con oltre 1700 impianti. Mentre un tempo le aree erano diversificate per accogliere gli amanti della neve locali, oggi la facilità di spostamento favorisce la sopravvivenza solo dei comprensori più grandi e attrezzati. A ciò si aggiunge il cambiamento climatico, che ha aumentato i costi per l'innevamento artificiale. L'OCSE prevede che entro il 2050 solo le aree sciistiche oltre i 1800 metri potranno operare in modo adeguato. Secondo Federfuni, l'incidenza del costo dell'innevamento artificiale pesa già per il 25-30% in più della media sui bilanci delle società di gestione degli impianti di risalita.
Meno del 5% dei comprensori ha piste con partenza oltre i 1800 metri; tutte le altre sono condannate a ricorrere all'innevamento artificiale. Produrre neve costa tra i 2 e i 4 euro al metro cubo, a seconda della qualità dell'impiantistica e delle condizioni climatiche. Dato che i giorni di freddo sono in diminuzione, è necessario utilizzare queste giornate in modo intensivo. Una sola notte di scirocco o un'escursione termica prolungata possono compromettere il successo dell'innevamento. Quasi il 50% dei comprensori, situati al di sotto dei 1800 metri, sono destinati a estinguersi.
Cambiamenti Climatici e il Futuro delle Stazioni Sciistiche
La crisi climatica sta portando a estati sempre più instabili dal punto di vista meteorologico. Circa la metà delle stazioni sciistiche europee si troverebbe in difficoltà con uno scenario di +3°C, anche con l'innevamento artificiale. Samuel Morin, ricercatore del Météo-France e del CNRS, ha dichiarato che i futuri cambiamenti climatici porteranno a un degrado delle condizioni della neve nelle stazioni sciistiche europee. Una riduzione più rapida delle emissioni permetterebbe a più stazioni di rimanere aperte.
La creazione di neve artificiale, pur consentendo ad alcune località di rimanere aperte, aumenta la domanda di acqua ed elettricità, incrementando ulteriormente le emissioni di carbonio. Le proiezioni indicano un aumento della domanda annuale di acqua e di elettricità con l'aumento delle temperature globali. L'innevamento artificiale combina un'elevata domanda d'acqua con un consumo energetico ad alta intensità carbonica. La carbon footprint di uno sciatore varia tra 0,01 e 2,3 kg di CO2 equivalente.

Le Motivazioni della Lotta Ambientalista contro l'Industria dello Sci
L'industria dello sci e il turismo in quota intervengono in territori ancora liberi, segnando il loro destino. Si inizia con una strada forestale, una nuova pista, un laghetto turistico, l'ampliamento di una baita, o una malga trasformata in agriturismo. Ogni intervento, anche se apparentemente riduttivo, porta inevitabilmente al proliferare di altre opere sul territorio, come dimostra la storia delle Alpi. È giunto il momento di impedire l'ulteriore consumo di suolo, garantendo alle generazioni future il diritto di ritrovare spazi di serenità, silenzio, pace ed equilibrio con la natura.
Chi scrive non è contrario all'industria dello sci in sé; molte valli montane italiane hanno mantenuto una certa vivibilità grazie allo sviluppo dello sci alpino. Non è nemmeno contrario all'utilizzo degli impianti come mobilità alternativa all'auto, ma solo in situazioni specifiche dove risulta efficace. Non esiste quindi una politica ambientale luddista contro gli impiantisti. Tuttavia, i gestori di questa industria sono diventati invasivi, arroganti e impositivi, disposti a tutto pur di affermare i propri desiderata, anche a invadere aree naturalistiche e paesaggistiche delicate.
Il Consumo di Suolo e l'Impatto sull'Ambiente Alpino
La trasformazione della montagna in un "parco divertimenti" comporta un consumo di suolo e paesaggio in zone ad alta fragilità ambientale e idrogeologica. L'uso estivo degli impianti per il trasporto di mountain bike, la creazione di piste da downhill, bob su strutture portanti, parchi monotematici, strutture acrobatiche, finti parchi acquatici, ponti tibetani, vie ferrate e scalinate di ferraglia trasformano la montagna in un circo. L'ospite deve sentirsi a proprio agio come in un parco urbano, trovando servizi sempre più complessi e diversificati.
I grandi eventi sportivi internazionali, come Bormio 2005 e le Olimpiadi di Torino, hanno lasciato debiti e strutture inutilizzabili. I Mondiali di sci alpino di Cortina 2021 hanno già causato cicatrici sui versanti montani, con la creazione di enormi piazzali, il raddoppio della viabilità in quota, disboscamento, ulteriore innevamento artificiale e manomissione della morfologia dei versanti. Questi eventi diventano anche l'occasione per proporre speculazioni inaudite, come i collegamenti sciistici tra diverse località.

L'Impatto degli Impianti Abbandonati sugli Appennini
Sulle montagne appenniniche, più della metà dei 101 impianti sciistici realizzati sono chiusi o parzialmente chiusi da oltre sette anni. Le temperature sempre più elevate e le nevicate scarse hanno portato a questa situazione. Lo studio si è focalizzato sugli Appennini perché, a causa del clima più mite rispetto alle Alpi, i suoi comprensori sciistici soffrono maggiormente le conseguenze del riscaldamento globale. I costi di gestione sono significativamente più bassi quando le risorse di neve sono più abbondanti.
Nonostante ciò, si assiste a una proliferazione di progetti per costruire nuovi impianti di risalita, spesso finanziati pubblicamente. Tuttavia, queste opere sono soggette a rischi elevati, poiché non tengono conto dei rapidi cambiamenti climatici e dei fattori ambientali. L'assenza di dati solidi sulla permanenza del manto nevoso ostacola la valutazione della fattibilità e sostenibilità di questi progetti. L'innevamento programmato, inoltre, richiede notevoli apporti di energia e acqua, causando potenziali scarsità per altri settori.
Il Futuro dello Sci: Concentrazione in Pochi Comprensori Elevati
I dati sono impietosi: 101 impianti e oltre la metà chiusi o parzialmente chiusi negli Appennini. Questo non implica necessariamente l'estinzione dell'industria degli sport invernali, ma una concentrazione in pochi comprensori con posizioni a quote relativamente elevate (tra i 1600 e i 2200 metri) e dimensioni tali da permettere economie di scala. Al contrario, i piccoli comprensori a quote basse non hanno futuro.
La ricerca mira ad aiutare politici e stakeholder a identificare i fattori geografici e socioeconomici che dovrebbero guidare i futuri investimenti, evitando sprechi di denaro pubblico. Gli impianti abbandonati vengono raramente rimossi a causa degli elevati costi di smantellamento. Uno studio europeo stima che, anche rispettando l'Accordo di Parigi, il 53% degli impianti sciistici europei diventerà a "rischio molto elevato" per mancanza di neve.
L'Innevamento Artificiale: Una Soluzione Temporanea e Costosa
L'innevamento artificiale tampona gli effetti del climate change, ma non risolve il problema. È un'operazione dispendiosa in termini di risorse idriche ed energetiche. Anche ipotizzando un innevamento artificiale del 50% in ogni resort, una percentuale significativa di impianti rimarrebbe a rischio. La crisi climatica sta azzerando lo sci alpino in Europa: con un aumento di 2°C, il 53% degli impianti è a rischio; con +4°C, il 98% sarebbe chiuso; con +3°C, la maggior parte degli impianti lavorerebbe a singhiozzo.
Il report "Nevediversa 2025: Una nuova montagna è possibile" di Legambiente segnala che in Italia sono 265 le strutture legate allo sci non più funzionanti, un dato raddoppiato rispetto al 2020. Il Trentino-Alto Adige è la regione con più bacini di innevamento artificiale censiti (60). L'analisi evidenzia che sono 112 le strutture temporaneamente chiuse e 128 quelle che operano "a singhiozzo". 218 impianti sono sottoposti ad "accanimenti terapeutici".
La crisi climatica impone un ripensamento del rapporto con la montagna. Le previsioni indicano inverni sempre più caldi, con una conseguente diminuzione delle nevicate. Sulle Alpi, la riduzione dell'innevamento tra i 1000 e i 2000 metri è del 71%, e addirittura del 94% sugli Appennini. Si continua ad alimentare l'innevamento artificiale, che comporta consistenti consumi di acqua ed energia, senza una chiara strategia di adattamento e mitigazione alla crisi climatica.
L'Aumento dei Costi della Settimana Bianca
In Italia, i costi della settimana bianca sono in aumento. Una famiglia di tre persone spenderà in media 186 euro al giorno solo per accedere agli impianti di risalita e alle piste. Questo dato è in linea con l'aumento dei costi di hotel (+5,1%), scuole di sci (+6,9%) e servizi di ristorazione (+8,1%).
